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Varanasi

31 Gennaio 2021

Varanasi

Ed eccoci arrivate alla città più sacra delle Sapta Puri, la città di Shiva, luogo in cui il Gange acquista un’immensa importanza e meta di pellegrinaggio in cui ogni induista deve recarsi almeno una volta nella sua vita. Namasté Varanasi!

Varanasi è una delle città più antiche del mondo, proprio come lo sono Gerusalemme, Atene e Pechino. Ma con un paio di differenze. La prima è che di Varanasi non si conosce molto la sua storia politica, perché non è mai stata come le altre al centro di questo argomento. E secondo, mentre le altre città sono cresciute e cambiate nel corso dei secoli, a Varanasi la vita è molto simile a come lo era nel 6° secolo avanti Cristo, ovvero quando è nata.

Guardata con gli occhi occidentali, Varanasi risulta una città difficile da comprendere. A noi potrebbero risultare più “familiari” Madras, Bombay, Calcutta o Delhi perché costruite da mani straniere. Delhi venne costruita per la maggior parte sotto l’occupazione musulmana, Madras e Calcutta dagli inglesi e infine Bombay dai portoghesi. 

I diversi nomi di Varanasi

Varanasi è conosciuta con vari nomi. Quello più antico è Kashi, che deriva da Kasha, nome di un vecchio re o di un’erba antica che cresce sulle rive del fiume. Ma c’è anche una terza versione, molto più comune, che narra che il suo nome provenga dalla parola Kash che in sanscrito significa splendere: la città della luce che illumina la liberazione dal Samsara, come le altre Sapta Puri ma in maniera diretta. Eh si perché pare che solo a Kashi un induista possa raggiungere la moksha direttamente, mentre morire nelle altre città sacre dona la possibilità di rinascere ancora un’ultima volta, proprio a Varanasi.

Avimukta invece significa “non lasciar andare” che in questo contesto, essendo Varanasi la città di Shiva (di cui vi parlerò tra un pò), assume il significato di “mai abbandonata”, legato alla divinità che è sempre stata presente per lei anche durante i periodi più difficili. E sempre legato al dio è anche il suo terzo nome, Rudravasa, in quanto Rudra è il nome più antico di Shiva. Poi c’è Anandavana che significa “foresta della beatitudine”, e Benares, o Banaras, che è il nome della città utilizzato durante la colonizzazione inglese e musulmana. Ma dopo l’indipendenza indiana nacque il nome Varanasi, che sta a significare tra il fiume Varana a nord e l’Asi a sud, ed entrambi sfociano nel Gange.

Varanasi e l’Induismo

Le divinità induiste sono visibili ovunque a Varanasi: dipinte sui muri, all’interno dei templi, nelle case e negli edifici pubblici. Per gli indù Varanasi è una città ultraterrena e al di sopra di ogni cosa, è un luogo di passaggio tra questo mondo e la liberazione dal Samsara. E’ la città di Shiva, del Gange, dei pellegrinaggi religiosi e luogo migliore dove raggiungere la morte ed essere cremati.

Shiva e Varanasi

Quando Shiva sposò Parvati, la figlia dell’Himalaya, dovette cercare un posto dove trasferirsi, e così scelse Varanasi. E, anche se la città nacque ben prima che Shiva la indicò come sua dimora, si dice che invece fu proprio lui a crearla.

Shiva il distruttore, ovvero il dio che fa parte della Trimurti e che si occupa di distruggere il mondo quando esso è irrimediabilmente guasto, è una delle divinità più venerate dagli induisti. E ora vi starete chiedendo: “Shiva distrugge, perché è così amato?” Perché non è solo quello, anzi, è un dio con diverse facce, una figura ambigua della mitologia indiana.

Un dio che possiede armi e che dona la benedizione attraverso il suo tridente, con cui è sempre raffigurato. Contraddice le convenzioni induiste, non ha nulla a che fare con la purezza ed è solitamente rappresentato nudo o coperto da una pelle insanguinata di tigre o elefante. E quando si trasferì a Varanasi creò la sua casa nel luogo in cui tutt’oggi avvengono le cremazioni. Ma è anche colui che preserva l’ordine del cosmo, è il signore della musica e della danza, è creatività, è amore nei confronti della sua compagna.

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Le divinità di Varanasi

A Varanasi però non c’è solo Shiva: nonostante lui sia la divinità maggiore pare che qui risiedano altri 330 milioni di dei. E a questa affermazione è legata un famoso racconto mitologico… 

Tanto tempo fa, il mondo fu colpito da una dura siccità che durò 6 anni. Brahma, disperato, chiese aiuto al saggio Ripunjaya, che gli suggerì di richiamare a sé tutti gli dei presenti sulla terra. Il sommo dio accettò e affidò il compito al saggio che, oltre ad eseguire il lavoro, decise di trasformare anche il suo nome in Divodasa, ovvero “servo del paradiso”. Tutti gli dei gli obbedirono, tranne uno ovviamente: Shiva infatti andò a rifugiarsi sull’Himalaya. Ma poco importò all’epoca perché la siccità terminò, Divodasa divenne famoso, venne fatto re e fece di Varanasi la sua capitale. 

Ma il tempo passava e il popolo riconosceva più importanza a Divodasa rispetto che a tutte le divinità, che ovviamente iniziarono a storcere il naso e decisero di collaborare tra loro per trovare un modo che capovolgesse di nuovo la situazione. In più Shiva voleva anche tornare nella sua dimora a Varanasi ma finché c’era lì Divodasa non poteva. E allora iniziò ad inviare una divinità per volta a Varanasi. Ma ogni messaggero, oltre che fallire, decideva anche di non rientrare, e quindi Shiva era costretto ad inviarne subito un altro dopo che puntualmente, come tutti i precedenti, si stabiliva nella città santa. Finché però un giorno Shiva decise di inviare finalmente Vishnu, che vinse contro Divodasa e permise così al suo amico divino di rientrare a casa, con lui e gli altri milioni di dei mandati là!

Il Gange

Per gli induisti il Gange è una dea, ed infatti il suo nome originale è al femminile, ovvero Ganga. Inoltre si dice anche che quando il Gange arrivò dal Paradiso si divise in diversi ruscelli: qualcuno dice 4, dando acqua ad ogni quarto della terra, e qualcuno dice 7, 3 ad est 3 ad ovest più il Gange. Ma qualunque sia il numero corretto, ogni giorno gli indù si purificano nelle sue acque e fanno a lei delle offerte, come a qualsiasi altra divinità. Chi muore a Varanasi viene cremato sulle sue rive. E chi non può morire a Varanasi, fa portare poi le sue ceneri sul Gange. E chi non ha la possibilità fisica di arrivare fin lì le fa mandare addirittura via posta!!!

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Il business dei pellegrinaggi

I pellegrinaggi verso Varanasi sono così numerosi da aver creato una rete di persone che lavorano esclusivamente per questo: un vero e proprio business. I Pandas incontrano i pellegrini alla stazione del treno, si occupano della loro sistemazione e rimangono come loro punto di riferimento a cui rivolgersi per tutta la durata del pellegrinaggio. I Karmakandis invece sono preti che assistono i pellegrini in particolari riti. I Ghatias sono le persone addette ai ghat, ovvero i luoghi di accesso al Gange (Varanasi ne ha ben 88). Poi ci sono i Pujaris che si occupano di aiutare i pellegrini nella puja, ovvero l’offerta agli dei, E infine ci sono i Mahapatras che sono specializzati nei riti funebri. Ma non finisce qui, ci sono persone che si occupano del rito della cremazione, della vendita del legno per la pira, del taglio dei capelli del primogenito del defunto…

Praticamente potrei raccontarvi un altro milione di cose. E lo farò, eccome se lo farò… ma non qui perché questa “pillola” ha già assunto così delle sembianze enciclopediche! Non trovate?

Fonte: “Banaras, Diana L.Eck.”

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