Bartolina Sisa e Juana Azurduy, le donne guerriere della Bolivia
Come ho accennato nella pillola precedente su Sucre e Potosì, l’indipendenza boliviana sulla carta l’hanno fatta due uomini, Bolivar e Sucre. Ma sul campo di battaglia furono due guerriere a dimostrare un grande valore e un grande coraggio: questa è la storia di Bartolina Sisa e Juana Azurduy.
Chi era Bartolina Sisa?
Bartolina Sisa nacque nel 1782 in Bolivia vicino all’attuale città di La Paz. Figlia di commercianti, iniziò molto presto a viaggiare con il padre e, all’età di 19 anni durante uno dei suoi viaggi, conobbe Juliana Apaza. E fu amore a prima vista. Bartolina era una ragazza bellissima, mora, con gli occhi neri e con un’intelligenza e una forza non comune. E Juliana subito se ne accorse. E ciò che li accomunò fin da subito, fu la voglia di ribellione verso i colonizzatori spagnoli. Juliana scappò dalla miniera in cui lavorava e, in onore di grandi rivolte da poco avvenute come quella di Tupac Amaru e Micaela Bastidas in Perù e quella di Tomas Damaso e Nicolas Katari a Potosì, cambiò il suo nome in Tupac Katari.
Bartolina e Tupac iniziarono così a predicare tra la loro gente il diritto di libertà e la necessità di rivolta e attirarono sempre più persone. E il 13 marzo 1781, dopo esser stati nominati re e regina della battaglia, partirono con 20000 uomini e donne: circondarono e assediarono La Paz bloccando ogni accesso alla città. Uomini e donne che nel giro di 5 mesi diventarono 40000 e poi 80000.
Sebastian Segurola, il sanguinario e crudele governatore spagnolo di quel tempo, appena seppe della rivolta mandò subito il suo esercito ad uccidere tutti gli indigeni rimasti in città, a rubare qualsiasi cosa e a dare fuoco a tutte le case. E appena capì che una parte dell’assedio indigeno era guidato da una donna, mandò i suoi uomini ad attaccarla. Ma Bartolina era bravissima a cavalcare, ad usare la fionda e anche il fucile spagnolo. Così l’esercito colonizzatore si ritirò.
La prigionia e la sconfitta
Ma nel mese di giugno Segurola chiese aiuto ad un altro dei suoi più forti militari, che tese una trappola a Bartolina, la catturò e la imprigionò. La torturarono in mille maniere per sapere dove fosse suo marito. Ma per un lungo anno lei non si arrese. Mai. Tupac, alla notizia dell’arresto di sua moglie, riprese le forze e riorganizzò le truppe. Iniziò il secondo assedio, chiese di liberare Bartolina in cambio della sua vita ma niente. Finché purtroppo catturarono anche lui. La sua esecuzione avvenne nella piazza di Penas, un villaggio che oggi fa parte del distretto di La Paz. E quel giorno fu presente tutta l’aristocrazia spagnola e, purtroppo, anche Bartolina.
La prima cosa che fecero a Tupac fu tagliargli i capelli, simbolo della sua energia, e poi la lingua. Ma lui, prima del taglio, riuscì a dire queste parole “Oggi mi state uccidendo. Ma io tornerò e sarò milioni!”. Legarono le estremità di ogni arto a una corda che a sua volta erano legate ognuna ad un cavallo. I suoi arti e la sua testa furono mandati in varie parti di La Paz in modo da incutere timore ed evitare ulteriori rivolte.

Il 5 settembre del 1782 ci fu la sentenza per Bartolina. La portarono in Plaza Mayor a La Paz, oggi conosciuta come Plaza Murillo, e, dopo esser stata umiliata, picchiata e violentata davanti a tutti, la impiccarono. E come per suo marito, anche le sue parti furono spedite in varie zone del paese. Ma la sua forza e la sua resistenza non fermarono le lotte, anzi: le sue gesta ispirarono la popolazione. E tra la popolazione c’era Juana Azurduy.
Chi era Juana Azurduy?
Juana Azurduy nacque nel 1780 a Chuquisaca, l’attuale Sucre, da padre spagnolo e madre indigena. Suo padre, che comprese la sua anima selvaggia fin da piccola, le insegnò a coltivare i campi e ad andare a cavallo. Ma quando rimase orfana, la società tentò di chiuderla in convento per domarla. Ma fu tutto inutile: dopo qualche anno, venne espulsa e tornò al suo paese natale. E lì incontrò un uomo con le sue stesse idee rivoluzionarie e con cui si sposò: Manuel Padilla.
Dopo qualche anno iniziò la Guerra de las republiquetas y las amazonas. Manuel e Juana non solo si unirono entrambi alla lotta: se i las republiquetas erano i guerrieri locali, las amazonas erano le donne guerriere. Donne guerriere radunate e reclutate dalla stessa Juana. Questa guerra durò dal 1811 al 1825, fu difficilissima e, durante quegli anni, in Bolivia arrivò anche la malaria che uccise tutti e 4 i figli di Juana e Manuel. Ma loro non si arresero e continuarono.

Il valore di Juana Azurduy
Nel 1816, quando Juana aveva appena, e dico appena, partorito la sua quinta figlia, gli spagnoli li attaccarono. E il suo esercito, in sua assenza, pensò di ritirarsi. Ma lei, impavida, lasciò la bimba ad un’altra donna e uscì a combattere. “Nessun passo indietro. Chi ha onore mi segua.” E tutti la seguirono. E nonostante il dolore fisico immenso che stava sicuramente provando, vinse. Ma in quella battaglia, conosciuta come la Batalla del Villar, gli spagnoli uccisero suo marito. E per quella battaglia, la cui voce era arrivata fino all’Argentina, il generale Belgrano, uno dei maggiori protagonisti dell’indipendenza del paese e creatore della bandiera argentina, le inviò la sua spada cerimoniale e le conferì il titolo di tenente colonnello. Cosa mai successa nella storia ad una donna. Per di più indigena.
Ma come dissi all’inizio, l’indipendenza della Bolivia la fecero gli uomini. E anche se Bolivar andò da Juana ad elogiarla e a dirle che la Bolivia si sarebbe dovuta chiamare con il suo nome, le sue parole non saziarono il suo stomaco. Juana visse fino ad 82 anni praticamente sola e senza nulla. E quando morì, la seppellirono nella fossa comune.

Bartolina Sisa e Juana Azurduy oggi
Un ritratto di Bartolina Sisa è appeso nel salone centrale della Casa della Libertad di Sucre, famosa per la proclamazione dell’indipendenza. Ed è l’unico ritratto di donna presente in quella stanza. Il suo volto è raffigurato sulla banconota di 200 bolivianos insieme a Bolivar. E nel 1983 il governo boliviano istituì nella giornata del 5 settembre, data della sua morte, il giorno internazionale della donna indigena in sua memoria.
Invece Juana Azurduy, purtroppo, rimase dimenticata per circa un secolo. Dopo 100 anni dalla sua morte, qualcuno si rese conto di non aver fatto proprio cosa giusta: riesumarono i suoi resti e li misero all’interno di un mausoleo a Sucre a lei dedicato. E sia il governo boliviano che quello argentino, le riconobbero il titolo di generale. Oggi Juana è narrata nei libri di storia, è presente sulla banconota di 100 bolivianos e a lei è intitolato l’aeroporto della città di Sucre. Ed è cantata in moltissime canzoni tra cui Juana Azurduy di Mercedes Sosa, una cantante argentina rivoluzionaria vissuta lo scorso secolo, tra peronismo e dittature. Ma questa è un’altra storia.



