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Sucre e Potosì: in giro per la storia della Bolivia

1 Marzo 2026

Sucre e Potosì: in giro per la storia della Bolivia

Cosa vedere in Bolivia oltre a ciò che ho raccontato nella precedente pillola? Sicuramente Sucre e Potosì, due città tra loro diverse ma accomunate da una lunga storia. Una storia di colonizzazione, lotta e libertà…

Pillole di storia sulla via per Sucre e Potosì

C’era una volta il Sudamerica anche se, prima di essere scoperto dagli europei, non si chiamava così. Ed inoltre era anche un luogo felice popolato da locali che, diciamola tutta, se la cavavano alla grande anche senza di noi. Pensate che proprio in Bolivia nacque la prima civiltà, secoli e secoli fa, a Tiwanaku, sulle sponde del Titicaca. Addirittura prima degli Inca, che colonizzarono poi la zona nel XV secolo. 

Ma gli Inca, ahimè, vennero spodestati dagli spagnoli: nel 1532, al comando di Francisco Pizarro, quasi tutto il Sudamerica cadde nelle mani della corona spagnola. Ma sapete cosa accadde quando Pizarro arrivò sul luogo? Tese un tranello all’Imperatore Inca Atahualpa facendogli credere che fossero in pochi. Così Atahualpa, certo che lui avesse più uomini di Pizarro, accettò di incontrarlo. Ma fu un tranello perché gli spagnoli erano tutti nascosti. Lo catturarono, Atahualpa promise una stanza piena di oro in cambio della sua liberazione e Pizarro accettò. La stanza d’oro arrivò come promesso ma Pizarro lo uccise comunque. 

La storia di Potosì

E dalla colonizzazione iniziò un periodo di schiavismo, conversione forzata al cristianesimo e… Argento. Già, di argento di cui una collina dell’odierna città di Potosì, situata a 4000 metri dal mare nel cuore della Bolivia, ne era colma. Il Cerro Rico fu scoperto per caso a metà del 1500 e, da quel momento, Potosí divenne la città più ricca e popolosa del mondo.

Ma la ricchezza spagnola ebbe un prezzo. Un prezzo pagato da milioni e milioni di indigeni locali e schiavi “importati” dall’Africa per lavorare nelle miniere. Un prezzo pagato con le loro vite a causa di lunga esposizione ai gas tossici, turni di lavoro che arrivavano anche a 48 ore senza stop, fame e freddo. I lavoratori si dirigevano alla miniera, facevano un’offerta di foglie di coca, alcool e sigarette a El Tio, considerato il signore delle miniere, e poi iniziavano i loro turni devastanti. 

Pensate che c’è un modo di dire, “Vale un Potosì”, utilizzato quando qualcosa ha un valore molto alto. E ce n’è anche un altro, ovvero che con tutto l’argento estratto dal Cerro Rico, si sarebbe potuto costruire un ponte da Potosì fino alla Spagna! Nel XVIII secolo fu anche fondata la Casa de la Moneda nel centro della città: oggi è un museo ma un tempo era l’antica zecca, prima per la corona spagnola e poi per il popolo boliviano quando diventò indipendente. Ma, riportando le parole famose di Eduardo Galeano uno dei maggiori scrittori uruguaiani, una delle più grandi “vene aperte dell’America Latina” ad un certo punto si esaurì. E esaurendosi nessuno più dell’alta borghesia aveva interesse a vivere ancora a Potosì, e così la città fu lasciata al suo destino.

Cosa vedere a Potosì

E oggi il suo centro meraviglioso e coloratissimo è tranquillo, silenzioso e mai farebbe pensare ad un passato così intenso. Ma per immergersi nella sua travagliata storia, basta dirigersi all’Arco de Cobija, ovvero l’arco che un tempo divideva la città in due, una per gli schiavi e una per gli spagnoli. Oppure partecipare ad una visita guidata della Casa de la Moneda. E nella Casa de la Moneda è presente anche il simbolo della città, il Mascaron, su cui ci sono varie leggende su chi sia davvero: colui che scoprì la miniera secoli fa oppure, data la presenza dell’uva, Bacco come simbolo di abbondanza passata.

Da Potosì a Sucre

E quando nei primi anni del 1800 Napoleone invase la Spagna, tutto il Sudamerica disse: “Scusate cari spagnoli, ma se voi siete stati occupati non è forse giunto il momento che anche tutti noi ci liberiamo da voi?” 

Ed è proprio in Bolivia che iniziarono le prime rivolte, anche se fu proprio la Bolivia l’ultimo stato ad ottenere la sua indipendenza. Il tutto si accese a La Paz: più di 100 giorni di assedio guidati da Tupac Katari e da sua moglie Bartolina Sisa, di cui vi racconterò di più molto presto. A seguire ci fu una grande rivolta nella città di Sucre, un tempo conosciuta come Chuquisaca, guidata da Manuel Padilla e da sua moglie Juana Azurduy, altra guerriera di cui vi racconterò altro. Perché ho un debole per le donne che hanno segnato la storia di cui però nessuno ne sa nulla. Ma comunque, dopo anni e anni di guerra e dopo che tutti gli altri stati del Sudamerica avevano ottenuto la loro indipendenza, giunse nel 1825 finalmente il tempo della Bolivia. Ma come arriviamo da Potosì a Sucre?

L’indipendenza della Bolivia

C’era una volta, tanto tempo fa, un rivoluzionario venezuelano: il suo nome era Simon Bolivar e oggi è conosciuto e ricordato come El Libertador. Bolivar, animato fin da giovane da uno spirito fortemente patriottico, liberò dal colonialismo metà Sudamerica. Prima il Venezuela, poi la Colombia, l’Ecuador, il Perù e, dulcis in fundo, la Bolivia. Ma fece tutto ciò da solo?

Il generale Antonio José de Sucre conquistò, col passare degli anni, la sua fiducia fino a diventare il suo braccio destro. E, arrivati in Perù dopo la prima delle due battaglie per la sua liberazione, Bolivar fu costretto ad andare a Lima per questioni politiche. Così lasciò nelle mani di Sucre sia la seconda battaglia peruviana e sia a seguire quelle boliviane. E Sucre eseguì più o meno alla lettera. Dopo la sua grande vittoria nella battaglia di Ayacucho andò in Bolivia, allora chiamata Alto Perù: lì combattè la prima battaglia ma poi non eseguì alla lettera gli ordini di Bolivar. Perchè il suo capo gli disse di liberare l’Alto Perù e di annetterlo o al Perù o all’Argentina. Ma Sucre, giunto a Chuquisaca, prese un’altra decisione, ovvero far decidere al popolo. E il popolo cosa scelse? Ovviamente l’indipendenza. Quando Bolivar raggiunse Sucre ovviamente non fu proprio felicissimo dell’iniziativa dell’amico. Ma poi capì il suo gesto. E l’Alto Perù il 6 agosto del 1825 si trasformò in Bolivia, in onore di Bolivar. E la città che un tempo si chiamava Chuquisaca prese il nome di Sucre.

Sucre

Sucre, che oggi è conosciuta come la città bianca della Bolivia, è la sua capitale costituzionale e giudiziaria, mentre La Paz è quella governativa. E la Casa de la Libertad è il luogo in cui fu firmata la dichiarazione d’indipendenza: oggi è un museo e racconta tutta la sua storia. Ma cosa c’è ancora da vedere a Sucre? Proprio di fianco alla Casa de la Libertad si trova il Mirador de la Mansarda da cui si può ammirare dall’alto tutto il centro della città bianca. Poi c’è il coloratissimo Mercado Central, la Iglesia de San Miguel e tanti altri luoghi che non ho avuto modo di visitare perché quando ero lì… Mi è venuta la febbre!

Ma nell’attesa di tornarci e come vi ho già anticipato, se l’indipendenza boliviana sulla carta l’hanno fatta gli uomini, furono due valorosissime donne guerriere a far in modo che tutto ciò iniziasse: Bartolina Sisa e Juana Azurduy…

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